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Le origini
Testi a cura del prof. Giuseppe Grosssi  maggiori info autore
La prima presenza dell'uomo nel territorio di Luco va fatta risalire intorno ai 150.000/70.000 anni fa con l'arrivo nell'area di cacciatori neandertaliani che, provenienti dalle coste laziali ed adriatiche, raggiungevano i territori di caccia fucensi nella stagione estiva. Di questi cacciatori è attestata la presenza occasionale nella "Grotta del Rimboschimento", posta alle pendici del Monte La Ciocca e sopra il quartiere ottocentesco del "Borghetto" di Luco dei Marsi, grazie al ritrovamento di scarti di selce e di un raschiatoio di tipo musteriano (IRTI 1980, 52; GROSSI 1981, 6 ). 
  
Solo con il Paleolitico superiore-Mesolitico, intorno ai 18.000 anni fa, la presenza umana nell'area si fa più consistente grazie all'esistenza di cacciatori-raccoglitori della razza Cro-Magnon, stabilmente insediati sui terrazzi ghiaiosi che fiancheggiano i torrenti che si versano nell'alveo lacustre e nelle numerose grotte e ripari aperti verso il lago. Di queste genti abbiamo ora i resti scheletrici riferibili all' "Uomo di Trasacco" della Grotta Continenza di circa 14.000 anni fa e all' "Uomo di Ortucchio" della Grotta dei Porci di circa 12.000 anni fa (RADMILLI 1993; GRIFONI CREMONESI 1996). 
 
Al successivo periodo Neolitico (intorno ai 6200 anni fa) con l'arrivo nel Fucino della pratica agricola, abbiamo la presenza dei primi insediamenti agricoli nel territorio luchese: ad "Agguachiata" o "Villino di Sor Paolo" con strumenti e nuclei di selce ed in ossidiana, un'ascia litica levigata di pietra verde e frammenti di ceramica a squame (GROSSI 1981, 7; IRTI 1991b, 205); a "S. Angelo", sul confine fra Luco e Trasacco, con ritrovamenti avvenuti nel 1896 che portarono alla raccolta di sei asce litiche levigate di pietra verde, due cuspidi triangolari di frecce e due coltelli ed una lama di selce bionda a forma di foglia di lauro (COLINI 1896 ); sul sito del santuario di Angizia, vicino al "Casale di Lustro" di Torlonia, dove nel 1975 durante il recupero di una stipe votiva furono raccolti diversi microliti di selce locale del tipo della cultura di Catignano, posti a contatto con il fondo roccioso (GROSSI 1980, 120, n. 4), rinvenimenti che potrebbero provare la nascita del culto di A(n)ctia in età neolitica, visto che proprio in questo periodo gli agricoltori neolitici elaborarono le prime forme di culto organizzato, soprattutto in connessione con i rituali funerari (RADMILLI 1993, 95-99). 
 
Con le successive età dei metalli (Eneolitico, età del Rame ed età del Bronzo), dai 4.400 ai 3000 anni fa, gli insediamenti di collina e pianura diventano più complessi e numerosi sia intorno al lago che nelle pianure vicine, con genti legate ad una economia diversificata (caccia, pesca, agricoltura, allevamento e metallurgia). L'analisi dei ritrovamenti tombali permette di avvertire i primi conflitti locali data l'apparizione nelle tombe maschili delle prime armi in rame e poi di bronzo con asce, pugnali e spade. 
I villaggi, ormai di medie e grandi dimensioni, sono ora retti da "capi" espressi da ceti emergenti di agricoltori-guerrieri, capi che combattono a cavallo armati di lunghe spade da fendente in bronzo e vengono seppelliti, come le loro mogli, in sarcofagi lignei (ricavati da tronchi di guercie) inseriti in grandi tumuli sepolcrali ben delimitati da circoli di pietre ed alte steli sepolcrali. Gli ornamenti e gli oggetti legati alla cura della persona sono rappresentati da complesse e ricche fibule (spille), rasoi, spilloni, bracciali, armille e collane composte da conchiglie del lago, perle in pasta vitrea o ambra (resina fossile). Il vasellame si fa più ricco e vario con fogge diverse decorate da linee dipinte, solcature anse plastiche antropomorfe ed incisioni geometriche. 
 
All'età del Bronzo (dai 3600 ai 3000 anni fa) appartengono i villaggi agricolo-pastorali distribuiti sulla piana Transaquana ed ai limiti delle acque fucensi: nella località "Passarano" (quota 670), ai limiti col territorio con Trasacco, con ceramica protovillanoviana e della Ia età del Ferro; al "Pozzo di S. Angelo" (q. 673) con materiali ceramici protovillanoviani; al "Colle delle Macchie"-"Villino Sor Paolo" (q. 673) con ceramica eneolitica; sul sito della "Porta del Cimitero" della città di Anxa-Angitia (q. 670) con materiali ceramici protoappenninici, appenninici e protovillanoviani (IRTI 1991a); sull'area bassa di Via Piedimura, vicino, sulla lato nord della strada, alla "Cava dello Scemecco" dove un saggio del 1976 riportò alla luce parte di un fondo di capanna protovillanoviana abbandonata, per un incendio, agli inizi dell'età del Ferro, intaccata da un edificio funerario di tarda età repubblicana in opera incerta. 
Della capanna rimanevano sia il battuto pavimentale in terra che resti di un trave ligneo combusto dell'elevato frammisto a frammenti di vasellame ad impasto nero con orlo diritto, prese a linguetta orizzontali con decorazioni a cuppelle impresse nelle vicinanze dell'orlo (GROSSI 1981, 7).
Allo stesso orizzonte culturale risale un rinvenimento dello stesso anno nella stessa località (Via Piedimura), durante l'edificazione di un vicino edificio, dove nello scavo delle fondazioni vennero alla luce i resti di un altro fondo di capanna da dove fu raccolta un'olla ad impasto ad orlo diritto e fondo piatto (con quattro presine a linguetta sulla pancia) ora al Museo Archeologico di Chieti (GROSSI 1990b, 81, n. 3).
 
Ma l'insediamento protostorico, protovillanoviano (1100 - 1000 a.C.), più importante rimane, allo stato attuale delle nostre conoscenze, quello perilacustre di Strada 45 della piana fucense, scoperto nell'ottobre del 1982 da Enzo Grossi, posto a quota 658, quindi nell'interno dei limiti del lago storico: infatti nell'età del bronzo il lago era di dimensioni molto ridotte rispetto a quello antico, medievale e moderno. 
Lo studio dell'area ha evidenziato le sue notevoli dimensioni, oltre un ettaro, con resti di fondi pavimentali, focolari, numeroso vasellame ad impasto dotato di anse plastiche e decorazioni rese con solcature e cuppelle (ciotole ad orlo rientrante con ansa ad anello impostata obliquamente; scodellini e ciotole con spalla prominente sul quale è impostata una bugnetta), fusaiole, rocchetti, pesi da telaio e da rete, una fibula di bronzo ad arco semplice filiforme ed un coltello di bronzo "tipo Bismantova", materiali che confermano l'appartenenza dell'abitato ad un momento avanzato della cultura villanoviana (IRTI-GROSSI 1983; IRTI 1987, 261). 
Come per il più famoso villaggio dell'età del Bronzo di Ortucchio, posto alla stessa quota, è ipotizzabile che l'abbandono del villaggio luchese sia avvenuto a causa dell'innalzamento dei livelli lacustri, evento collocabile " nei primi decenni del IX sec. a.C., se è vero che in tale epoca si esaurì una fase climatica di tipo sub-continentale o sub-boreale ed ebbe inizio un nuovo periodo, a carattere oceanico freddo e umido, con abbondanti piogge " (IRTI-GROSSI 1983, 346).
 
Allo stesso periodo, fine dell'età del Bronzo, risale la importante tomba a tumulo circolare di pietre informi rinvenuta nel giugno del 1976 in località "Agguachiata" ("Cava dello Scemecco"), lungo via Piedimura, che ha restituito una sepoltura di individuo adulto di sesso femminile, in posizione supina ed orientata con i piedi a nord/ovest e la testa a sud/est, che presentava sulle spalle una fibula in bronzo ad arco serpeggiante, lievemente ingrossato, con staffa a spirale, spillone dritto e molla a due avvolgimenti (GROSSI-IRTI 1978). Una tomba degli inizi del IX secolo a.C. di "Cultura Safina", vista la mancanza di vasellame ceramico e l'uso dell'inumazione, rito funerario esclusivo del mondo abruzzese della fine dell'età del Bronzo e prima età del ferro, ma rimasto in uso in area di cultura fucense (fra i Marsi e gli Equi) fino al II secolo a.C. 
Di queste tombe a tumulo circolare della fine dell'età del bronzo è stata nel 1984 individuata, ad opera di Umberto Irti, una necropoli alle Paludi di Celano con il successivo scavo di quattro tumuli che hanno restituito, oltre ai resti scheletrici ed il corredo funerario, anche il sarcofago ligneo intatto vista l'esistenza della palude nell'area che ne ha permesso la conservazione: la tomba 1 conteneva la stessa fibula della nostra tomba di "Agguachiata" (D'ERCOLE 1991). 
 
Alla fine degli insediamenti perilacustri fucensi protovillanoviani (come il nostro di Strada 45), ad opera dell'innalzamento dei livelli lacustri agli inizi della prima età del ferro, è da riferire la leggenda marsa di Archippe, una "città" marsa sommersa dalle acque del Fucino, che i Marsi raccontavano in età repubblicana e di cui abbiamo la prima conoscenza da Plinio (Nat.Hist., III, 108) che però l'aveva attinta da Gneo Gellio: " Gellius auctor est lacu fucino haustum Marsorum oppidum Archippe conditum a Marsya duce Lydorum ". Il mito di Archippe non è altro che il preciso ricordo di un reale avvenimento storico che per le sue proporzioni rimase profondamente radicato nelle tradizioni orali fucensi fino ad essere codificato in età romana (GROSSI 1990a, 332).
 
 
 
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