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L'etÓ antica
Testi a cura del prof. Giuseppe Grosssi  maggiori info autore

   

 

Dalla città-santuario marsa al municipio romano di Anxa-Angitia. 


dalla città-santuario marsa al municipio romano di Anxa-Angitia.

Con la fine degli insediamenti agricolo-pastorali protovillanoviani ad opera del Lago Fucino ha inizio la prima età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.), età che portò ad una nuova struttura insediamentale non più basata su villaggi di pianura, ma su villaggi d'altura racchiusi da mura composte da grandi e medi blocchi di pietra e posizionati su colline e sui rilievi montuosi più vicini all'alveo lacustre. Nascono così tante "cittadelle" rette da re ("raki" in lingua locale), principi guerrieri ("nerf ") ed in eterno conflitto fra loro come confermato dagli apprestamenti difensivi e dall'enfatizzazione guerriera dei corredi tombali maschili dell'epoca.
Di questi centri fortificati della prima età del ferro, "ocres" in lingua safina locale ("oppida" e "castella" in Latino), abbiamo nel territorio luchese le testimonianze su uno scoglio roccioso della Petogna, posto di fronte a Strada 45 e sulle alture di Monte Penna, acropoli della successiva città italico-romana di Anxa-Angitia (GROSSI 1980, 180-181; GROSSI 1995a, 73). Il primo centro (Petinus ?), di piccole dimensioni (circa 0,27 ettari), si presenta strutturato su una modesta altura rocciosa posta sulle rive dell'ex lago con porta a corridoio interno obliquo aperta sul versante est con corridoio profondo 5 metri e largo 2,10/1,90 metri: nell'interno numerosi resti ceramici documentano la frequentazione del sito dalla prima età del ferro fino alla piena romanizzazione (GROSSI 1989, 107, n. 14). 
  
Ben più importante è l'ocre posizionato sulle tre alture del Monte Penna e intermedia "Valletta della Ritrovata", con area interna di 14 ettari e dotato di una recinzione in opera poligonale di I maniera avente, probabilmente, due porte d'accesso, di cui una appena riconoscibile sul versante sud/ovest nelle vicinanze della successiva porta del IV secolo a.C. (GROSSI 1995b, 45). Nella parte bassa, in vicinanza della casa Cantoniera del Torlonia (Casotto di Lustro) e delle rive del lago Fucino è presente l'area cultuale dedicata alla dea italica e fucense di A(n)ctia (Angizia = la Signora dei Morti) di cui non conosciamo la consistenza architettonica, ma confermata dalla presenza di microliti neolitici, ceramica votiva ad impasto di VII-VI secolo a.C. ed armi votive in ferro (un gladio a stami in ferro ed due elementi del cerchione di ferro di un carro arcaico)( GROSSI 1990a, 309). A conferma dell'esistenza dell'area cultuale di Angizia dal neolitico e tutta l'età dei metalli, è la probabile provenienza da Luco di una falce a doppia costolatura in bronzo, due punte di lancia e due spade di bronzo del tipo Allerona, databili dell'età del Bronzo, ora nella Collezione Torlonia (D'ERCOLE-CAIROLI 1998, 104-105). 
  
Sul settore perilacustre sud, vicino al Fossato, è presente, inoltre, la necropoli italica del centro fortificato di Monte Penna documentata da ritrovamenti ottocenteschi e recenti: durante il prosciugamento del lago sul finire dell'ottocento, vennero alla luce tombe italiche dell'età del ferro e prima età repubblicana (FERNIQUE 1880, 110), i cui materiali sono confluiti nella Collezione Torlonia, ora a Chieti ed in attesa di ritornare nella Marsica, con spade e punte di lance in ferro di VI-V secolo, cinturoni di bronzo ed due elmi di bronzo, di cui uno etrusco del tipo Negau, databile al V secolo (TORLONIA 1936, 11-15); altro ritrovamento avvenne nel 1942 nel letto del torrente "Fossato" con il recupero di un disco-corazza in bronzo del tipo orientalizzante databile al termine del VII secolo, in cui compaiono le prime raffigurazioni fucensi della chimera funeraria, probabile riferimento al culto di Angitia (GROSSI 1990b, 81-82 ).
Fuori dalle mura, nelle vicinanze della chiesa di S. Antonio di Luco e nella località di "Agguachiata" sono segnalate altre tombe dell'età del ferro (VIII-VI secolo a.C.). Nel 1939 vennero alla luce presso la chiesa di S. Antonio, i resti di una tomba a tumulo che conteneva una sepoltura maschile degli inizi del VI secolo dotata di un gladio a stami di ferro (pugnale) e tre dischi-corazza: due, più piccoli del "tipo Alfedena" e con raffigurazione di chimera funeraria (diam. di 13 cm), riparavano la parte superiore del petto, mentre l'altro, più grande e del tipo geometrico-orientalizzante (cm. 22,50), era posizionato sul basso ventre (BAROCELLI 1950, 220-223). Sulla stessa linea viaria e quota, posta nelle vicinanze delle rive lacustri, in località "Agguachiata" (Piedimura), sono segnalate altre tombe dell'età del Ferro ed arcaica che hanno restituito un disco-corazza del tipo geometrico (diam. 25,5; fine dell'VIII secolo a.C.), una corazza sannitica a tre dischi, una spada in ferro, una punta di lancia, due vasi di bronzo ed un elemento del cerchione in ferro della ruota di un carro arcaico, rinvenuto affianco alla tomba del bronzo-finale in un ulteriore scavo dell'estate del 1977 (GROSSI 1990b, 81). Altre tombe a tumulo sono individuabili nella località "S. Angelo", sotto i livelli degli edifici dell'insediamento vicano di età italico-romana, che hanno restituito frammenti di lamine di bronzo, un gladio a stami in ferro e punte di lancia in ferro (GROSSI 1996, 85).
  
I ritrovamenti descritti evidenziano una società guerriera ad economia polivalente (agricoltura, allevamento, pesca, caccia, metallurgia ecc.) basata sul sistema dei centri fortificati retti da re che combattono su cavalli o carri, armati di lunga lancia, spada o gladio ed ornati di dischi-corazza sul petto e dorso, accompagnati dalla nobiltà a cavallo armata di spada lunga e lancia, mentre la fanteria e composta da piccoli gruppi armati dotati di gladio a stami, giavellotti e lance. I luoghi di culto sono identificabili sulle aree delle necropoli e nello grotte e ripari, dove erano sepolti gli antenati ("Dis Angitibus"?), mentre a contatto con il lago, vicino ad una necropoli, si sviluppa il culto della "Signora dei Morti" (A(n)ctia) a cui vengono offerte armi e vasellame ceramico votivo. 
E' da questi guerrieri, che rifiutano in area fucense il funerario "rito del banchetto"(vasellame ceramico per l'uso del vino), ed i loro artigiani che si sviluppa nell'Italia centrale appenninica la "Cultura Safina" (da cui il termine "Sabinos" nella tradizione romana) che si diffonderà dall'VIII al V secolo a.C., dall'Emilia Romagna fino alla Basilicata e che contribuirà alla formazione della città di Roma con le sue leggi di guerra ("jus Fetiale"), le divinità ( Vacuna e Angerona) ed i suoi primi re sabini (GROSSI 1990a).
 
Con il V secolo a.C. l'area fucense è interessata dallo sviluppo degli nuovi stati federali in ambito centro-italico con la nascita del nomen marso, uno stato federale dei Marsi costituito da tante "toutas" (comunità), delle repubbliche oligarchiche riferibili ai vecchi centri-fortificati dell'età del Ferro (LETTA 1994). La touta si riconosce ormai nei suoi massimi esponenti delle classi gentilizie, i nerf ("principi") e successivamente nei magistrali collegiali eponimi, i meddices tutici, che vediamo presenziare alle manifestazioni pubbliche ed erigere donari alle divinità tutelari della comunità insediata nel centro-fortificato. Ed è proprio nell'ottica dello stato federale italico che prende avvio l'utilizzo dell'area sacra ad Angizia come punto di raccordo delle esigenze federali di un popolo di guerrieri come i Marsi, i "Figli di Marte". 
Fu solo verso la seconda metà del IV secolo a.C., probabilmente agli inizi delle Guerre Sannitiche, che l'arcaico centro fortificato italico di Monte Penna fu unito con il sottostante luogo di culto di Angizia attraverso la realizzazione di una imponente recinzione muraria in perfetta opera poligonale di III e IV maniera, recinzione dotata di cinque porte ed una posterla, localizzate nel basso, lungo la circonfucense, ed in alto sugli accessi alle alture dell'acropoli. Nasce così il principale centro politico-religioso dello stato federale dei Marsi, centro che mantenne il suo primato fino al termine del Bellum Marsicum (Guerra Sociale) degli inizi del I secolo a.C. 
  
La sua importanza viene confermata dalla sua menzione, come ????s?, in una saga di Capua del IV secolo a.C. riportata da Dionisio di Alicarnasso (I, 73). È quindi l'unica città dell'Abruzzo preromano ad essere conosciuta nell'ambiente greco-etrusco-italico della Campania (LETTA 1972, 61-63).
I primi contatti con l'area campana greco-etrusca e con il mondo greco nella seconda metà del IV secolo sono attestati dal ritrovamento di monetazione argentea di Phistelia, Capua, Neapolis (CAMPANELLI-CATALLI 1983) e da una moneta bronzea di Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, rinvenuta recentemente. 
A contatti fra i Marsi con l'area greca della Campania nel V-IV secolo a.C. si devono le notizie contenute in Licofrone (Alex., 1275-1280) e Filostefano di Cirene (Fr. Hist. Gr., 28-29) che confermano il collegamento fra Circe e Medea con la regione fucense ed il carattere solare del culto di Angitia, mentre è chiaramente presente in Licofrone " uno stretto legame tra il santuario di Apollo a Cuma e il Fucino …., le espressioni di Licofrone, che tra la menzione del Fucino e quella del santuario cumano di Apollo inserisce come collegamento un cenno alla "corrente Titonia (sic:) della fenditura che si sprofonda sotterra nelle profondità invisibili", suggeriscono l'ipotesi che anche il nome dell'inghiottitoio naturale del lago (Pitonia, corrispondente all'attuale Petogna) fosse stato reinterpretato in chiave greca e collegato al serpente Pitone del mito apollineo, il cui nome greco ????? potrebbe essere stato recepito precocemente dai Marsi nella forma Pito. " (LETTA 1993, 38). 
  
La nuova cinta muraria racchiude con i suoi circa 2,400 km di circonferenza muraria, un'area di circa 30 ettari dotata di un raffinato apparato urbanistico disposto su terrazze (rette da opera poligonale) degradanti sul declivio del Monte, di tre acropoli e di un grande santuario, probabilmente racchiuso da un proprio muro (temenos), dedicato alla dea Angitia. 
E' probabilmente il santuario interno a costituire la fonte di rendita economica della città per la sua importanza non solo locale ma anche sovranazionale. La maggior parte delle rendite del santuario erano le offerte votive ed in denaro dei numerosi mercenari marsi al servizio delle colonie greche e di Roma come confermato dai numerosi rinvenimenti di armi, cinturoni di bronzo, monetazione e bronzetti di Ercole nell'area cultuale: la prova ci è offerta dalla iscrizione (in dialetto marso-latino) della celebre lamina del condottiero marso Caso Cantovio Apruscolano, morto ad opera di truppe galliche, intorno al 294, a.C., nella città di Casuentum (nell'attuale "Casentino" a confine fra l'Umbria e l'Emilia Romagna) ed a cui le sue truppe marse posero a ricordo, nel santuario di A(n)ctia, un cinturone di bronzo, preda di guerra: Caso.Cantouio / s.Aprufclano.cei / p.apurfinem. / galico. menur / bid.Casontoni / a /.socieque.dono / m.atolero Actia. / pro.l[ecio]nibus.mar / tses. (VETTER 1953, 228a; LA REGINA 1989, 399-401). 
  
Ad attività legate alla pratica cultuale sono da attribuire i numerosi ambienti artigianali, legati alla produzione di ex-voto fittili, e le fornaci presenti nel settore sud-est pianeggiante dell'area urbana e nelle vicinanze delle porte a sud. Anche la produzione del vasellame a vernice nera e delle tegulae è da mettere in relazione alla presenza in Anxa-Angitia del santuario nazionale marso. Resti consistenti di scarichi di fornaci sono presenti nell'interno ed all'esterno della recinzione muraria con forme ceramiche acroma ed a vernice nera distorte dalla elevata cottura. Tipica produzione degli artigiani cittadini sono i bronzetti di Ercole, il numeroso vasellame a vernice nera, gli ex-voto anatomici e figurati, ma soprattutto le tipiche mascherine funerarie dedicate ad Angizia, sicuramente elaborate nel santuario fucense già a partire dalla fine del IV secolo e diffuse in tutta l'Italia centrale (REGGIANI MASSARINI 1988, 28-32, 65-70). 
Con il 302 a.C. la città si trova ad essere posta nelle vicinanze del confine territoriale della nuova colonia romana di Alba Fucens, creata ai margini meridionali del territorio equo dopo la sconfitta definitiva degli Equi e dei Marsi ad opera di Valerio Massimo, sconfitta che portò ad un accordo di pace con Roma, ma anche alla perdita del territorio marso posto fra S. Pelino e Celano, fra Antrosano e l'Incile di Avezzano: "Profectus dictator cum exercitu proelio uno Marsos fundit. Compulsis deinde in urbes munitas, Milioniam, Plestinam, Fresiliam intra dies paucos cepit et parte agri multatis Marsis foedus restituit." (LIVIO, X, 3, 5-6). 
  
L'accordo di pace del 302 (foedus) porta i Marsi a diventare alleati di Roma, dei socii italici che dovevano però fornire truppe militari ed è molto probabile che il santuario fosse la sede preposta alla formazione della lista degli uomini armati da inviare nei scenari di guerra romani. La prova di questi legami ci viene offerta dalle numerose monete romane (romano-campane, serie prorata, vittoriati argentei, ecc.) rinvenute nell'area votiva e dalla iscrizione di Caso Cantovio, un comandante marso che combatteva nel 294 con le sue truppe marse, affianco di Roma contro i Galli sul confine del loro territorio. 
Altro fenomeno da rilevare è il processo di latinizzazione del dialetto marso e delle magistrature, documentato dalle iscrizioni del III-II secolo a.C., mentre si diffondono prodotti romani come la ceramica a vernice nera dell'" Atelier des Petites Estampiles ", documentata da ritrovamenti nell'interno della cinta muraria di Anxa ed in altre località della Marsica (LETTA 1990, 166). 
Dalla città repubblicana, per adesso, ci vengono poche iscrizioni, oltre quella già citata, di Caso.Cantovio, altre tre documentano la frequentazione dell'area sacra: un frammento in caratteri arcaici marso-latini [ - - -]insadie[- - -], riferibile ad uno dei gentilizi marsi locali (Freinsadieius?) (LETTA-D'AMATO 1975, 356, n. 14); una nuova iscrizione ad Angitie, incisa su una raffinata basetta bronzea, relativa ad un perduto bronzo votivo, conservata nella Collezione Torlonia ed una breve scritta su una mutila basetta in pietra dall'incerto significato (de[ivi]a.a [- -]IIX), forse riferibile alla stessa Angizia (LETTA c.s.). 
È possibile che in questo periodo la città abbia ridefinito gli spazi urbani con l'esistenza di più santuari, oltre quello dedicato al nume tutelare della città: infatti sull'acropoli maggiore, ritrovamenti di votivi, accumuli di blocchetti di opera incerta ed un'ampia fossa semi-ovale, rendono possibile l'esistenza di un tempio apicale, probabilmente dedicato a Giove, con teatro italico-romano sul davanti; altri edifici cultuali sono individuabili sotto la chiesa di S. Maria delle Grazie e nell'area dove, a meta del I secolo a.C., sorgerà il grande tempio del "Tesoro" (GROSSI 1995b). Lo spazio più importante della città, dedicato alle riunioni e commercio cittadino (il Foro dei Romani), è riconoscibile nell'attuale area cimiteriale data l'esistenza di un grandioso e lungo muro di terrazzamento in raffinata opera poligonale di III maniera; al di sotto, invece, si snodano una serie di ambienti artigianali con strutture in opera quadrata ed incerta, fornaci e piccole cisterne (GROSSI 1995b). 
  
Con il III secolo e con la pace con Roma, la struttura insediamentale marsa legata ai soli ocres-oppida (centri fortificati) ha fine con la nascita del sistema integrato "oppido-vicano", cioè basato su centri fortificati sulle alture con funzioni di acropoli e centro dirigenziale e villaggi (vici) sul piano con funzioni abitative e produttive. A questo periodo sono da attribuire i vici della Petogna e del "Campamonte" (" Valle Transaquana "): sul sito della frazione della Petogna con il vicus Petinus dotato di santuari dedicati al dio Fucino, a Giove e dei Consenti i cui donari furono eretti dalle famiglie marse dei Gavii, Caisii , Setmii, Burtii (FABRETTI 1693, 392-393; GROSSI 1995b, 39-40); il vicus Fistaniensis della località "S. Angelo" con la sua area sacra dedicata ad Ercole, le sue sculture in marmo, i suoi edifici in opera poligonale, incerta e la grande cisterna in opera cementizia; il vicus di "S. Leonardo" con muri in opera incerta e santuario rupestre che ha restituito ex-voto anatomici e figurati; il vicus delle località "Cerri-Castagneto" con muri in opera poligonale ed incerta, fistule plumbee ed area cultuale che ha restituito ex-voto fittili, vasetti miniaturistici a vernice nera e bronzetti di Ercole; il vicus di "Agguachiata-Piedimura" (vicus Aquitinus?) con murature in opera incerta e resti di una condotta in muratura di acquedotto, simile a quello di Valle Canale di Collelongo (DE NINO 1885, 486; GROSSI 1981, 24-31).
Nel III e II secolo a.C. la città marsa potenzia la sua viabilità primaria con la sistemazione della cosiddetta "Via consolare per Angizia" (XVIII secolo) che dalla Porta di Massa di Alba Fucens, attraversando la via Valeria al "Monumento" e passando per il fundus Avidianus (Avezzano), per il santuario di Ercole a S. Nicola di Avezzano, per la piana di "Vico", per l'Incile e il vicus Petinus (Petogna) raggiungeva la porta nord di Anxa-Angitia; strada documentata da tratti realizzati su roccia e tombe lungo il percorso. Ma non sempre questa strada era transitabile, visti i continui innalzamenti del Fucinus Lacus che la interrompevano, per questo era ancora utilizzata la strada montana apicale, ricavata su roccia, che dal "Vallone di Santa Maria" risaliva per la porta dell'Acropoli e successivamente, per il piccolo altopiano della "Cunicella", scendeva nel piano di "Vico" di Avezzano ricollegandosi al percorso di Alba Fucens.
  
Fuori dalle mura, sul fronte fucense, si inoltravano per un chilometro verso i limiti dell'incostante lago numerosi moli di larghezza variabile, mentre sui spazzi fra di essi si gettavano i rifiuti cittadini; recenti scavi, non ancora editi, hanno riportato alla luce parte dei moli composti di blocchi e pietrame messo a secco (AGOSTINI 1995, 27). 
Durante i conflitti del Bellum Marsicum del 91-88 a.C., la città di Anxa-Angitia subì certamente attacchi delle truppe romane: la prova ci è offerta dal ritrovamento di due punte di pilum in ferro (lance) e da centinaia missili blumbei da fionda, a forma di ghianda, sull'aggere nord-ovest dell'acropoli di Monte Penna, missili che sappiamo utilizzati dai libratores romani ed italici al servizio di Roma (GROSSI 1992b, 42, n. 52). Quasi certamente la città divenne base degli insorti italici marsi e soprattutto del condottiero Poppedio Silone, condottiero che vediamo citato in un denario d'argento della guerra: Q.(Poppaedius) Silo (CATALLI, 1991, 363). Il ritrovamento di decine di monete della Guerra Sociale, dei denari d'argento con raffigurazione di scena di giuramento e volto femminile con scritta Italia, potrebbe confermare il conio di parte di queste monete nella stessa città marsa, probabilmente nell'area interna del santuario.
Dopo la Guerra Sociale degli inizi del I secolo a.C. (fra il 90 e il 49 d.C.), il centro diventa municipium col nome di Marsi(s) Anxa ed iscritto, con gli altri due municipi marsi (Marruvium e Antinum), alla tribù Sergia e successivamente inserito nella quarta regione augustea Sabina et Samnium. A questo periodo è da attribuire il nuovo e grandioso edificio templare della tagliata rocciosa detto "Il Tesoro", su alto podio modanato dalle imponenti costruzioni in opera cementizia, a due celle in opera reticolata rivestite di intonaco colorato e pavimenti in mosaico, con pronao ornato da pilastri laterali, colonne e due scalinate laterali, un tempio di tradizione italico-campana con il suo rivestimento in lastre modanate, la cui "… collocazione non lontana dal porto lacustre dell'edificio ora individuato e la presenza di altri ambienti forse riferibili ad una struttura di servizio al santuario, comunque connessa al tempio sembrano suggerire, vista la particolarità della doppia cella una dedica a due divinità complementari che in via del tutto ipotetica potrebbero essere riconosciute in Cerere e Venere largamente attestate nelle aree italiche come divinità protettrici delle funzioni femminili." (CAMPANELLI 1998, 130). Sui lati del tempio, terrazzamenti, porticati e resti di altri edifici, testimoniati da crolli di diverse volte cementizie, sono testimonianze delle sistemazioni urbanistiche di età augustea.
  
La magistratura municipale documentata è quella dei IIIIviri, iure dicundo ed aediles, come nel caso dei Rutidii, dei Paccii, dei Amaredii e, forse, dei Staiedii: [- - R]utidius.T.f.Ser / [Pela]gius.IIIIvir i d (CIL, IX, 3894 ).
Ai Pacii, magistrati quinquennali, è da attribuire, verso la metà del I secolo a.C., il restauro del probabile temenos (muro di recinzione) del santuario di Angizia ormai "vecchio e consunto": Sex.Paccius.M.[f - - -] / et.Sex.Paccius.Ka[es.f - - -] / quinq.murum.vet[ust - - -] / consumptum. a. solo.resti[t - - -] / ex.p. p. Angitiae (CIL, IX, 3894). Probabilmente anche in una iscrizione mutila trovata entro la cinta antica nell'ottocento, si fa riferimento ad un magistrato municipale: P.Staiedi [- - -] (CIL, IX, 3901)
Altro magistrato di Anxa nel II secolo d.C. è attestato in una iscrizione rinvenuta nel 1765 ad Antrosano nei ruderi della chiesa cassinese di S. Angelo. Si fa riferimento ad un quattuorviro iure dicundo di Alba Fucens, Amaredius, che svolse attività di magistrato anche presso il municipio dei Marsi Anxantini: [- -](A)maredio.C.f.Fab / [- - -]o.IIIIvir.i.d.quast / [pec.a]lim q r p curat / [apud I]ovem Stator IIIIvir.i.d / [Ma]rsi(s) Anxatibus / [l]d d d (CIL, IX, 3950).
Al santuario è da riferire anche il sacerdozio municipale (pontifex) attestato in una iscrizione del II secolo d.C.: [Ser]g[ius] Octav / [ius Lae]n[as] / [P]ontianus / pont(ifex).pec(unia) / pub(lica) .fac (iundum) / cur(avit). (CIL, IX, 3893 ; LETTA-D'AMATO 1975, n. 170).
Il territorio municipale degli abitanti della città detti Anxatini, citati, nel I secolo d.C., come "Marsorum Anxatini ... Lucenses", da Plinio (Nat.Hist.,III, 106; LETTA 1988, 206-207), era costituito dalla Valle Transaquana e dalla Vallelonga (Luco-Trasacco-Collelongo-Villavallelonga) con i vici (villaggi) di Petinus, Fistaniensis, Supinum e diversi altri di cui non conosciamo i nomi.
L'importanza del santuario fucense e del bosco sacro ad Angizia, è tale in prima età imperiale da essere la sola struttura cultuale abruzzese ad essere inserita nella più grande opera della romanità, nell'Eneide di Virgilio " … Te nemus Angitiae, vitrea te Fucinus unda, Te liquidi flevere lacus. "(VII, 752). Compare inoltre nell'opera geografica di Tolomeo, del II secolo d.C., col nome di Arx (Geog., III, 1, 50).
  
Il bosco sacro dedicato alla dea fucense, il nemus Angitiae di Virgilio, erroneamente identificato col sito della città marsa con il fantastico e poetico nome di Lucus Angitiae dato alla stessa, era situato sui monti che coronano ad ovest e sud la città, sulle due catene montuose dette nel medioevo Termine e Longamine. La localizzazione su queste due catene montuose fucensi è data dalla totale mancanza di insediamenti fortificati arcaici e vici repubblicani sulle sommità e pendii dei monti.
Con il prosciugamento del lago Fucino (dopo il 52 d.C.) il territorio municipale si arricchì di parte dei nuovi terreni agrari fucensi come confermato dal cippo confinario ("Cippo De Rosa") di Strada 42 che segnava, nel II secolo d.C., il confine agrario fucense fra i municipi marsi con la colonia romana di Alba Fucens e delimitava il territorio agrario del santuario di Angizia: f(ines).p(opuli).Albens(is) / et Ma / rso(rum) / Angiti(ae) (LETTA-D'AMATO 1975, n. 176). Altro cippo confinario, probabilmente del II secolo, fu rinvenuto sul finire dell'ottocento nel territorio compreso fra l'Emissario claudiano e la Petogna di Luco dei Marsi, successivamente conservato nei granai di Torlonia: f(ines) p(opuli) A(lbensis) / Mar(si) (E.E., VIII, 176 ).
Probabilmente in questo periodo, ma forse anche prima, il territorio fu ripartito in lotti regolari come confermato dalle linee di centuriazione conservate nella Vallelonga che, nell'asse del decumano, sono esattamente orientate sulla linea retta delle mura perimetrali fucensi della città-santuario (GROSSI 1988, 119, n. 38; VAN WONTERGHEM 1990, 43): è probabile che gli assi della centuratio marsa, per i territori fucensi dei municipi di Marruvium e Anxa, fossero stati tracciati in comune seguendo l'asse del tempio nazionale dei Marsi, appunto quello di Angizia. 
  
La città viene dotata anche da un acquedotto, come confermato dai ritrovamenti di grandi fistule plumbee sul "Corno della Penna" (ora al Museo Civico di Avezzano), acquedotto che prendeva acqua dalla condotta fucense del cosiddetto "Acquedotto di Angizia" che dalle sorgenti lirine del Riosonno, passando per i Piani Palentini con l'alimentazione delle villae locali, perveniva nel versante fucense tramite una condotta forzata passante per il canale sotterraneo dell'Emissario claudiano del Fucino (LOLLI 1913; GIOVANNONI 1935; ORLANDI 1967).
Di possibile nascita anxatina è Sergius Octavius Laenas Pontianus che fu console romano del 131 d.C. e pontefice massimo del santuario di Angizia come confermato da una iscrizione (cit.; LETTA-D'AMATO, n. 170). Ad Anxa-Angitia probabilmente risedevano, nel II secolo d.C., i classiarii della flotta pretoria ravennate addetti alla manutenzione dell'Emissario claudiano del Fucino, come dimostrato da due iscrizioni funerarie rinvenute alla Petogna e nell'orto dei Frati Cappuccini di Luco (LETTA 1991): ad essi sono da attribuire le sepolture su sarcofago monolitico di calcare presenti nelle necropoli di Colle delle Macchie-Villino Sor Paolo ed 0ra, in parte, esposte nel giardino delle Scuole Elementari.
Nel territorio sono documentati liberti di origine greca (Selenium, Corinti) e gallica (Ecretumarus) legati alle famiglie locali dei Salvii, Stadiedii, Caesidii, Marcii, Titucii, Torinii, ecc. Più che alla presenza di grandi ville, bisogna pensare alla sopravvivenza reale e significativa dei vici, come nel caso di Supinum e soprattutto del vicus Fistaniensis dove è documentato un legatus vicano: C(aio).Mario Placido legato vici F(i)staniensis… (CIL, IX, 3856); villaggi vitali dal III secolo a.C. fino al termine del mondo antico, affiancati da piccole ville ad economia agricola (vedi in fundus Aurelianus di Collelongo: GROSSI 1991, 219, nota 55). Sopravvive quindi nel territorio marso la piccola proprietà contadina, sia nei villaggi che nei piccoli fundi, mentre non sono attestate forme ampie di latifondo basate sullo sfruttamento agrario e di allevamento transumante, come in altri municipia della regio IV augustea. Tracce di ville, spesso affiancate ai vici, sono da segnalare nella piana del "Campamonte": sul "Colle della Cisterna" con frammenti fittili ed una cisterna in opera cementizia; sui ruderi del "Casale Floridi", lungo la strada per la Fonte di S. Leonardo, con muri in opera reticolata, colonne, capitelli, frammenti fittili e vicino mausoleo a torre, di cui rimane il nucleo cementizio detto "La Torricella" (GROSSI 1981, 28-29).
  
Gli inizi del II secolo a.C. vedono un ulteriore diffusione della pratica agricola grazie all'ampliamento della superficie coltivabile ottenuta grazie alle nuove ed appetibili terre emerse dopo i prosciugamenti di Traiano ed Adriano. Probabilmente in questo periodo le terre fucensi e quelle della attuale Vallelonga furono nuovamente sottoposte ad una nuova centuriazione, documentata nel 149 d.C. nell'Ager Albensis (LETTA 1994b, 210). È questo il periodo in cui nascono nuovi fundi e villae con un potenziamento dei vici più vicini all'ex lago e la messa in opera dei cippi di delimitazione agraria fra i municipia marsi del Fucino e il santuario di Angizia con Alba Fucens, come il "Cippo De Rosa" di Strada 42.
Con la tarda età imperiale, al tempo di Marco Aurelio, i territori di Anxa e Alba si trovano inseriti nella Urbica Dioecesis per poi passare nella res privata dell'imperatore Settimio Severo, nel distretto "Salaria-Tiburtina-Valeria": con Aureliano e fino al 350 circa sono nella Valeria, suddivisione del precedente distretto; da Romolo Augustolo e fino all'arrivo dei Longobardi, insieme ai territori sabini e vestini, costituiscono la provincia Valeria, provincia fondamentalmente caratterizzata dalla presenza marsa tanto da passare nell'ordinamento ecclesiastico col nome di Marsia (LETTA 1972, 146-147).
  
Probabilmente nel periodo tardo-antico un terremoto, documentato per il 375 secolo d.C. nell'Italia centrale e nella vicina Alba Fucens (LETTA 1994b, 210), fu una delle cause di fine uso dell'Emissario romano del Fucino e del parziale abbandono della città antica con il lento, ma costante ritorno del lago Fucino dopo il crollo del sistema amministrativo romano e la fine dei curatori dell'Emissario. 
Un tentativo estremo di fermare il riformarsi dei vecchi livelli lacustri è visibile nella località "Petogna" dove sono segnalati, dalle foto aeree e dagli studi dei geologi dell'ENEA C.R.E. di Roma, due canali principali (ed altri più piccoli appena individuabili) che dall'inghiottitoio naturale, La Petogna, si dirigono verso il centro del Fucino. Si tratta forse di opere, di una certa consistenza date le dimensioni, attuate in età tardo-antica (V secolo d.C.?) nel tentativo di far defluire le acque fucensi verso l'unico sbocco naturale conosciuto. Per i più piccoli canali si può riconoscerli nei cinque realizzati nel 1788 da Don Domenicantonio Iatosti, amministratore di Casa Colonna, che spese la somma di ben 1000 ducati per realizzarli (D'AMORE 1998, 124). 
  
Ma la fine di una città e il tracollo del sistema economico marso al termine del mondo antico, non può essere spiegato col solo terremoto, ma fu causato anche da altri fattori: dalla crisi della piccola proprietà contadina nella Regio IV con lo sviluppo dei latifondi; dall'arrivo nella provincia Valeria nel 410-412 di Alarico ed i Visigoti, ma soprattutto dalla distruttiva guerra gotico-bizantina (535-553 d.C.) che determinò il collasso della struttura economica ed insediamentale. 
Distruzioni avvenute soprattutto nell'inverno del 537-38 quando il comandante bizantino Giovanni, mandato da Bellisario, dopo aver espugnato gli oppida goti di Ortonam e Aternum (Pescara) risalì lungo la via Valeria per raggiungere e svernare ad Alba Fucens: "Bellisario, ...., ordinò a Giovanni, figlio della sorella di Vitaliano, di svernare con i suoi ottocento cavalli presso la città di Alba, situata nel Piceno" (PROCOPIO, Bell. Goth., II, 7). L'arrivo delle milizie bizantine nella provincia Valeria dovette portare a saccheggi, devastazioni e massacri anche a danno della popolazione civile che provocarono, come riferisce Procopio da Cesarea, una gravissima carestia nel 539 con la morte di ben 50.000 contadini nel solo Piceno (cit., II, 20).
 
 
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