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L'etÓ moderna
Testi a cura del prof. Giuseppe Grosssi  maggiori info autore

Luco visto dalla costa
intorno alla metà dell'800
  

Pescatori nel
Lago di Fucino
  

  

Statua lignea policroma
cinquecentesca di Madonna con Bambino
  

 

Pala d'altare dedicata alla Vergine Immacolata (1616)
    

Pala d'altare dedicata ai protettori di Luco: S. Andrea e Papa Marso Bonifacio IV

I Colonna e la pesca nel Lago del Fucino
 

A partire dalla metà del '400 con l'arrivo degli Aragonesi nel Regno di Napoli si amplia la presenza e il potere delle grandi famiglie feudali laziali e toscane nella Marsica, Orsini, Colonna e Piccolomini, famiglie che mettono fine ai Conti di Celano, discendenti degli antichi Conti dei Marsi, ed al potere benedettino nell'area: il feudo di Luco, inserito nella Contea di Tagliacozzo-Albe, ancora appartenente ai monaci Cassinesi nella prima parte del '400, fu assegnato dapprima a Francescantonio d'Avalos d'Aquino, che nel 1447 lo vendette all'Università di Caramanico, ed infine a Fabrizio Colonna il 6 luglio del 1497 da Federico II d'Aragona (CORSIGNANI 1738, Ia, 409-410; GIUSTINIANI 1797, 312). 
 
Nel frattempo il Regno di Napoli cade nel 1504 nelle mani di Ferdinando il Cattolico, re di Spagna, con l'inizio del dominio spagnolo dominato dalle rapaci figure dei "viceré" a Napoli. La Marsica è divisa in due parti: la Contea di Celano, in mano ai senesi Piccolomini, ed il Ducato di Tagliacozzo nelle mani dei romani Colonna che lo terranno fino agli inizi dell'Ottocento. Fra il 1553 ed il 1559 i Colonna furono privati momentaneamente del Ducato di Tagliacozzo da Carlo V e Giulio II per la loro politica filo-francese. Il ducato fucense fu assegnato allo spagnolo Garzia da Toledo, figlio del Viceré Don Petro, con la creazione del Governatorato di Avezzano, Luco e Trasacco retto da "Gio: Battista De Lermas spagnolo" che rimase in carica fino al termine del 1559 quando con Pio IV reintegrò la casa Colonna, con il giovane Marcantonio, del Ducato di Tagliacozzo (BROGI 1900, 332-339).
 
Dopo il 1454 Montecassino non aveva mandato più monaci a Luco, ma aveva assegnato la Prepositura a preti secolari: dapprima al Cardinale De Val, poi nel 1534 ad Alessandro della Ripa, nel 1542 a Antonio Giovanni de Pileo, ed infine nel 1553 ad Angelo de Frachettini di Gennazzano, che tenne la Prepositura luchese fino al 1565 (ANTINORI, Ann., XXIV, 109-111). Nel 1560 il Vescovo dei Marsi Nicolò di Virgilio aveva tentato di prendere la Giurisdizione Spirituale sulla chiesa di S. Giovanni di Luco, ma l'anno seguente aveva perso con la decisione della Camera Apostolica Vaticana a favore dei Cassinesi (ANTINORI, Ann., XX, 776).
A Luco i Colonna già a partire dalla metà del '500 iniziarono a pungolare il Capitolo di Montecassino affinché il locale Abate fosse affiancato da esponenti del clero secolare, visto che all'aumento della popolazione non corrispondeva un adeguato servizio monastico negli ampliati bisogni spirituali. È il famoso Marcantonio Colonna, vincitore dei Turchi nella battaglia navale di Lepanto, che nel 1565 riesce ad ottenere dall'Abate di Montecassino Angelo Sangrino l'istituzione in Sancta Maria de Luco di una Chiesa Collegiata con la divisione dei beni della prepositura luchese fra un Abate e cinque Canonici del locale clero secolare " Canonicis Saecularibus " (ADM, VII, 505-506; CORSIGNANI 1738, Ia, 415): con questa decisione i Benedettini lasciavano definitivamente S. Maria di Luco con l'ultimo sacerdote preposto Angelo de Frachettini di Gennazzano.
 
La concessione cassinese fu fatta a patto che l'Abate di Montecassino continuasse ad esercitare la Giurisdizione Spirituale su Luco con il diritto di nomina dei reggenti della Collegiata, la riscossione della " solida pensione di dodici ducati d'oro di camera e di dieci decine di tinche da essere portate al Monistero di Montecassino ": il primo Abate della nuova "Chiesa Collegiata di S. Maria delle Grazie in Luco" fu Pietro da Vincenzi (ANTINORI, Ann., XX, 109-111; GATTOLA 1733, II, 249-250). Questa permanenza del potere benedettino in Luco non piaceva però al potente riformatore Vescovo dei Marsi mons. Matteo Colli, che iniziò un braccio di ferro con l'abate cassinese rivolgendosi alla Sacra Romana Rota, che, con il decreto del 30 maggio del 1588, assegnò definitivamente al vescovo marsicano la giurisdizione sulla chiesa di Luco (ADM, C/4/118; PHOEBONIUS 1668, III, 224).
Con i Colonna il paese nel '500 si ingrandisce e la locale Comunità de Luco con il suo stemma contrassegnato dalla tinca, tipico pesce del Lago Fucino, e dal simbolo feudale della colonna, raggiunge nel 1595 ben 241 fuochi (nuclei familiari), corrispondenti a circa 1500 abitanti (GIUSTINIANI 1797, 312). Il nucleo abitato, dominato dalla torre cilindrica trecentesca, si estende dalla montagna alla riva fucense con la Chiesa Collegiata di Santa Maria, ormai "extra moenia", ridotta a chiesa sepolcrale ed ornata di cappelle funerarie sui lati, mentre assume importanza come chiesa castrale la nuova piccola chiesa tardogotica di S. Giovanni Battista aperta sulla "Piazza della Chiesa" e viene edificata la nuova chiesa di Sant'Antonio Abate fuori delle mura in direzione di Trasacco (GROSSI 1992, 22).
A contatto con le mura del paese sono i due edifici delle stanghe baronali dove si ritraeva la tassa sulla terza parte del pescato: una apparteneva ai Colonna, mentre l'altra, più antica, era di proprietà dell'Abbazia cistercense di S. Maria della Vittoria di Scurcola Marsicana (D'AMORE 1998, 12).
 
Sul finire del secolo, nel 1592, i francescani Cappuccini arrivano a Luco ed edificano, con il contributo di una "Donna Lucese " e della famiglia trasaccana dei De Blasijs (ANGELINI 1996, 64) sul Colle de Agguachiato, alla base della Silva de Longagna, il loro Convento di "S. Sebastiano Martire" con la costruzione della piccola chiesa di S. Sebastiano edificata, probabilmente, sullo stesso luogo ove sorgeva l'altomedievale chiesa benedettina di Sancto Sebastiano in Aquitino (IETTI 1978, 34).
Probabilmente i Colonna concessero alla Università de Luco (Comune) gli Statuti, come per il vicini altri feudi. Le allora Universitas fucensi erano rette da 4 Massari (sindaci), coadiuvati dai Baiuli (gendarmi), Giurati e Confidenti (aiutavano i Baiuli), Catapani (controllori di pesi e misure) e Giudici (per le liti civili): i Massari e Giudici erano eletti dal popolo con un publico Conseglio e confermati dal Barone; gli altri venivano invece nominati dai Massari (DE SANTIS 1976, 81-82). Dal Corsignani sappiamo che nel 1665 a Milano venivano dati alle stampe gli Statuti della Università de Luco, concessi al paese dal Principe Lorenzo Onofrio Colonna che contenevano: "varie Regole per la pescagione del Fucino ed il buon governo de' Soprantendenti e Governatori" (CORSIGNANI 1738, Ia, 421). 
E la seconda metà del '500 un periodo, come i secoli precedenti, in cui il Lago tende a mantenere livelli modesti con periodi piuttosto lunghi in cui la secca permette una maggiore pesca e di coltivare maggiori quantità di terreni sulla riva lacustre: a tal proposito si ricorda l'annata del 1562 in cui emerse molto terreno che fu subito preda dei più facoltosi cittadini che però dovettero, abusivamente obbligati, pagare le relative tasse di possesso ai Colonna (RINALDI 1893, 35-37).
 
E' del 6 novembre del 1583 la prima testimonianza della presenza in Luco della nobile famiglia dei De Angelis con il Notaio "Domenicus de Iohannis de Angeli Masci" che firma una cessione testamentaria di Aorizio di Antonio Gervasi di Luco, che, facendo testamento il 29 agosto 1580, lasciò alla moglie Maria la casa, una vigna in località Fossa della Villa ("Padule" di Trasacco), un'altra a Triolo per tutta la durata della sua vita per poi passare ai legittimi eredi (ACLM, C/2, all. 1).
La " universitas civium " di Luco però mostra evidenti segni di instabilità socioeconomica, infatti la sola pesca, gravata dalle tasse feudali alle stanghe, non poteva soddisfare le esigenze di tutti gli abitanti che riponevano le loro speranze anche nell'agricoltura e nel taglio del legname. Nascono quindi le liti con i paesi vicini, soprattutto con Trasacco per il possesso delle montagne, del territorio pascolativo e di quello agrario. A queste risse tra "poveri" si inseriscono le lotte dei feudatari di Celano, Tagliacozzo ed i monaci cistercensi di Scurcola per i diritti di pesca e quindi il controllo sull'attività dei pescatori luchesi. 
Pur tuttavia la pesca rimane la principale attività economica fino al prosciugamento ottocentesco: sono infatti i pescatori a far riedificare, nel 1668 secolo, la chiesetta di S. Antonio Abate ed a mantenere, a proprie spese, numerose delle cappelle presenti nella chiesa parrocchiale (MELCHIORRE 1983). A tutto questo si aggiungono i problemi legati alla forte fiscalizzazione dei viceré spagnoli che crea povertà e malcontento fra le classi popolari ed emergenti con la nascita del primo fenomeno di "brigantaggio" organizzato, spesso guidato da esponenti della nobiltà locale che ingrassano la folta banda di Marco Sciarra che "era capo d'una masnada di gente la più ribalta che mai. Suoi quartieri principali furono i monti e il folti boschi di Luco, Trasacco, Collelongo e Villa Collelongo" (BROGI 1900, 347). 
 
Il Seicento marsicano è segnato da povertà, vessazioni feudali, annate fredde e relativi straripamenti del lago: nelle annate 1611-1612 la rigidezza del clima (Il Lago Fucino in inverno gela in superficie) porta alla morte di gran parte degli animali domestici, soprattutto ovino-caprini; nel 1647 il Lago supera di molto i sui limiti distruggendo l'abitato basso di Luco e la chiesa di S. Antonio Abate (CORSIGNANI 1738, Ia, 419); gli Spagnoli aumentano la pressione fiscale, pressione che favorisce l'aumento dell'ormai vistoso fenomeno del brigantaggio con bande che disturbano continuamente il commercio locale; le autorità centrali con i loro bandi cercano disperatamente di reprimere il contrabbando di grano fra la Marsica e lo Stato Pontificio, contrabbando che permetteva agli umili abitanti marsicani di poter acquistare a minor prezzo il pane papalino perché non gravato dagli esosi balzelli feudali riscossi dai "gabbelieri" dei Colonna (MELCHIORRE 1989; ASC). 
A tutto ciò si aggiunsero le rivolte popolari legate a quella napoletana di Masaniello con i conflitti del 1647-1648 che portarono ad una feroce repressione spagnola contrassegnata da eccidi, saccheggi, incendi, stupri da parte delle truppe spagnole condotte dal feroce Capitano-bandito Giulio Pezzola.
Ma alle diverse calamità già sopra descritte si aggiunse, come un vero e proprio colpo di grazia, la famosa "Peste nera" del Regno di Napoli che dall'ottobre del 1656 all'agosto del 1657 uccise in tutta la Diocesi dei Marsi ben 4.080 persone (MELCHIORRE 1989). 
Anche Luco fu segnato dalla peste seicentesca, dalle rivolte popolari e dalla relativa povertà, come è evidenziato dalla numerazione dei fuochi (nuclei familiari) che dai 241 del 1595 ed i 220 del 1648, passò ai 147 del 1669 con la perdita di ben 94 nuclei familiari nell'arco di 74 anni e la morte di circa 438 persone a causa della sola peste (GIUSTINIANI 1797, 312). Ma la peste dovette annullare anche antiche e nobili famiglie luchesi, come i Sebastiani di cui rimangono: le iscrizioni del 1615 e successive relative all'importante Dottore, Medico e Filosofo, Antonio Sebastiani nella cappella funeraria di S. Maria delle Grazie (CORSIGNANI 1738, Ia, 416); le notizie su Maria Sebastiani, Giovan Battista, Antonio e Don Paolo Sebastiani come fondatori degli altari delle chiese luchesi nella visita pastorale del Vescovo dei Marsi Corradini a Luco nel 14-16 marzo del 1681(ADM, B/4, 17). 
  
Lo stato di debolezza della comunità luchese è segnalato dal Catasto di Luco, un preonciario redatto nel 1676 da " Ottavio Fedeli di Avezzano publico Misuratore " quanto l'Amministratione Massaratica luchese era retta dai Massari Gioseppe Cardinale (I° eletto), Giacomo Panella, Leonardo Bove e Berardino Stefanucci (ACLM, C/1). Vi risultano solo 55 possidenti locali di terre, cese, viti ed orti, mentre 38 sono i possidenti forastieri, non residenti, provenienti da Avezzano, Celano, Canistro, Collelongo, Cese, Olevano Romano (Lazio), Serra Capriola (Puglia), Trasacco, Scurcola Marsicana, Magliano, Corcumello ed Ortucchio. 
I più ricchi risultano: il Barone Santo de Angelis, il Governatore Gerolamo Corsignani, Marcello d'Ercole, Giacomo di Vincenzo, don Gio: Caterino Berardini, don Gio: di Vincenzo, il Massaro Gioseppe Cardinale, Gio: Luca d'Alfidio, il Massaro Giacomo Panella, Gio: Antonio Berardini, Francesco Bucci, Gio: Marino d'Angelo, Pietro Berardino; grandi proprietà possiedono i Canonicati, il Capitolo, l'Abbadia, S. Maria ed il monastero avezzanese di Santa Catarina. I Canonici della Chiesa Collegiata di S. Maria sono i dott. Giovan Battista Massaretti, Giovan Carerino Berardini, Francesco Cardinale, Domenico Antonio Soia, Vincenzo d'Avolio, mentre vi compaiono le cappelle (Luoghi Pii) dedicate al: Santissimo, Il Rosario, La Natività di Nostro Signore, La Concettione, Il Suffraggio, La Pietà, S. Carlo, S. Rocco, S. Antonio, La Misericordia, S. Leonardo, S. Orsola, l'Ospedale.
 
Le poche proprietà comunali sono presenti verso il confine con Trasacco, nelle vicinanze di Padule, mentre i terreni coltivatori, le vigne, le viti, le cese e gli orti si trovano disseminati nel "Campamonte" verso Trasacco, sotto il paese ed a Santa Maria con toponimi che si ritrovano nei successivi catasti onciari del '700: Agguachiato, Are, Boscito, Camirano, Cartigliano, Castagne dei Capuccini, Castagnito, Cavata, Cellaro, Cerri, La Cona, Colle della Cisterna, Colle da Capo, Colle Erboso, Colle del Boscito, Chiusa, Fonte Corvara, Formentino, Fornaca, Fossato Bernardo, Fosse, Fratta Volpicchiara, Il Fosso, La Torricella, Colle delle Macchie, Monte, Oro, Padulo, Piedi à muro, Piedi la Rave, Piscina, Puzzillo, Pozzo, Prata, Puglia, Rave, S. Angelo, S. Erasmo, S. Leonardo, S. Maria, S. Orsola, S. Sebastiano, Selva di S. Maria, Selvotta, Sterpara, Termine di Colle erboso, Valle di Castagneto, Valle Prata, Verdirano, Via da Capo, Via da Capo, Via da Piedi, Sotto la Terra, Sopra la Terra, Via dei Cappuccini, Via dei Santi, Via dei Limiti, Vicenne, Vicenda Comune, Volpicchiaro , Cisterna, " il lito del Fucino ", " Le Muragli dirute della Città di Penna ".
Le annotazioni topografiche descrivono il paese delimitato da due vie: quella " da Capo ", le attuali vie di Conte Berardo e Garibaldi; quella " da Piedi ", le attuali vie Roma e Vittorio Emanuele con le "mura dell'Università " o "della Terra" che racchiudono l'abitato su cui, ai margini e verso il lago, si aprono le porte di "Santa Maria", "dell'Università" e "di S. Antonio": nell'interno sono le piazze "Macello" e "della Chiesa" con sul margine settentrionale, vicino Piazza Macello, l'edificio della Stanga baronale, la "Taverna di Antonia Giannella" e "l'Ospedale".
  
Ma la novità del Catasto preonciario di Luco è quella di evidenziare la presenza in Luco nel 1676 del potente e famoso "forastiero" pugliese di Serra Capriola, Giulio Cesare de Santis detto in altri documenti "Scarpaleggia" ("Piede veloce"), che sceglie la propria casa in Luco come suo quartiere generale sul finire del '600 e negli inizi del '700 (ACLM, C/1, f. 95r). 
Giulio Cesare de Santis era un potente " bandito " (per gli Spagnoli) dotato di una banda composta da un centinaio di uomini, fuoriusciti napoletani ed altri reclutati dal cardinale Grimani, al servizio dell'Austria nella lotta contro il governo vicereale spagnolo durante le guerre di successione: in questi tentativi insurrezionali era finanziato da Francesco Caetani, principe di Caserta, e dal potente Cardinale Vincenzo Grimani, successivamente nominato dagli Austriaci viceré di Napoli. Il suo compito consisteva nell'opera di sollevare le popolazioni sui confini del Regno di Napoli, soprattutto quelle marsicane, contro gli Spagnoli.
Della casa del de Santis abbiamo una vivida descrizione di una spia (Feliceantonio de Angelis?) al servizio degli Spagnoli: " La casa di Scarpaleggia posta dentro la terra di Luco nella Provincia d'Abruzzo Ultra, è capace di ricevere ducento persone, la quale ha attaccato in se un giardino murato d'intorno di grandezza di cento canne, nelle quali vi sono guardiole nelle cornici per guardare da dentro, et anco per poter difendersi e dentro di essa vi sono molti nascondigli e stanzioni da tener armi e munizioni, e detta casa confina con il Lago Fucino, il quale è di circuito di quaranta miglia che puole imbarcare gente per dove vuole senza essere veduto e ciò deriva che detta terra di Luco è vicina a un solo miglio ad alcune montagne arborate ed aspre, per dove vi è dubbio possa venir gente secretamente, si come fece il suddetto Scarpaleggia nel caduto mese di settembre, il quale tenne in suddetta sua casa gente per portarla in Napoli a favore dell'Imperatore senza esser veduti, per haver detta casa la comunicazione con dette montagne e per haver l'imbarco con un lago così spazioso per il quale si può sbarcare anche in altre montagne senza poter esser mai veduta sino a S. Germano poco distante da Napoli. " (MORELLI 1975, 188).
 
Dello stesso de Santis abbiamo numerosi richiami negli archivi marsicani, per i suoi omicidi, le minacce al Vescovo dei Marsi e il famoso assalto e saccheggio di Avezzano: agli inizi del '700 aveva "ammazzato in comitiva di più sicarij, dentro di Luco, Feliceantonio de Angelis, Stanghiere, Affittuario del Lago Fucino, e Governatore di Luco e Trasacco. "; nel 1707, il 9 luglio, attaccò Avezzano difesa da una "Compagnia de Dragoni" spagnoli, con la sua banda e 200 soldati austriaci, guidati dal Capitano Daun. Gli Avezzanesi, dopo la fuga e resa dei Spagnoli, per evitare il saccheggio dovettero sborsare 1500 ducati: nella confusione dell'ingresso delle truppe austriache approfittarono "alcuni cittadini debitori dell'Università" che, con l'aiuto di Scarpaleggia, diedero in fiamme gran parte dell'Archivio Comunale (D'AMORE, 1998, 63-64); nello stesso anno, spalleggiato dai suoi ed un copioso seguito di soldati austriaci, mise in serio pericolo la vita di mons. Corradini, Vescovo dei Marsi (ADM, B/57/168-173).
Dopo le vicende fucensi, con il ritorno dei Spagnoli a Napoli (vi rimarranno fino al 1714), Giulio Cesare de Santis riparò a Roma presso il Palazzo del suo amico, il potente cardinale filo-austriaco Grimaldi con cui continuò ad organizzare tentativi insurrezionali a Napoli come evidenziato da un documento conservato in Spagna, nell'Archivio di Simancas, titolato "Complicidad del Cardinal Griman con el bandito Julio Cesare de Santis, alias "Escarpaleggia", para inquietar Napoles." (MORELLI 1975, cit.). Dopo il 1717 dovette sicuramente ritornare a Luco con i suoi familiari visto che nel Registro dello Status Animarum di Luco del 1759/1760, redatto dall'allora Abbate Curato Gesualdo Bucci, compare la figlia Teresa, moglie di Arcangelo di Berardino (nato 1720) che risulta non nata a Luco: "Teresa Moglie, figlia del fu Giulio Cesare de Santis della Serra Capriola" (APSAPC, 19/B2/f. 5 e n. 89).
La fama di Scarpaleggia fu enorme per la storia del Regno di Napoli, tanto da attirare l'attenzione di Benedetto Croce e di altri autori, vista la cospicua documentazione esistente in Napoli date le numerose indagini e condanne a cui fu sottoposto dai tribunali spagnoli (GRANITO 1861, passim; CROCE 1927, I, 79).
 
 
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