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L'etÓ contemporanea
Testi a cura del prof. Giuseppe Grosssi  maggiori info autore
Dai Colonna ai Torlonia, i pescatori diventano agricoltori
 
Sul finire del Settecento, nel 1797, cosi viene descritto il paese: "Luco, terra in Abruzzo ulteriore, compresa nella diocesi de' Marsi, distante dall'Aquila miglia 30, e 40 dal mare. Ella è situata alla falda di un monte lungo il Fucino. Il territorio confina con Avezzano, Capistrello, Civitella di Valle Roveto, Civitantina, e Trasacco. Le sue montagne parte sono addette al pascolo, e parte piantate di faggi, castagni, guerce, ed altri alberi selvaggi; e vi si trovano lepri, volpi, lupi, caprj, cinghiali, ed anche orsi. La sua popolazione ascende a circa 1600 individui, la cui maggiore industria è la pesca nel Fucino." (GIUSTINIANI 1797, 311-312).
 
Ma nuovi conquistatori si affacciavano alle porte dell'Abruzzo, conquistatori con nuove idee sociali, ma pronti a creare un nuovo impero alla Francia a danno delle nostre popolazioni. Nel 1798 le truppe francesi, " i giacubbini ", invasero l'Abruzzo, accolti malamente dai popolani che non sopportavano l'invasione del "loro" Regno, e il 24 gennaio del 1799 conquistavano Napoli. Le genti marsicane erano, nonostante l'arrivo dei Francesi, ancora oppresse e gravate dai balzelli feudali, balzelli che portarono a tumulti e pressioni dirette sul nuovo governo francese del Regno di Napoli che nel 1799 varò la prima riforma che però si limitò ad assegnare ai comuni soltanto i "demani feudali" (prevalentemente boschi e pascoli), mentre i terreni agricoli rimanevano in mano ai grandi proprietari ed ex feudatari (GROSSI 1998, 51). 
  
Nello stesso anno il re Ferdinando IV di Borbone ritornò a Napoli, grazie alla resistenza delle masse popolari del Regno. Gli anni dal 1799 al 1806 sono caratterizzati dalla restaurazione borbonica con l'eliminazione fisica degli avversari 'Giacobini', eliminazione che portò a forme di delazione, di furto e di vendette personali. Le masse popolari abruzzesi che si aspettavano dal re Ferdinando IV di Borbone, a ricompensa della fedeltà dimostrata, delle serie riforme economiche, rimasero deluse dai modesti interventi economici che non intaccarono la struttura feudale del Regno e i privilegi preesistenti: infatti quando nel 1806 le truppe napoleoniche invadono l'Abruzzo i popolani abruzzesi in gran parte rimangono assenti ed indifferenti.
Il 31 marzo 1806 fu eletto a Napoli Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, che nel maggio dello stesso anno restituisce all'agricoltura i pascoli del Tavoliere di Puglia, nell'Agosto abolisce " la feudalità con tutte le sue attribuzioni " e stabilisce nuove norme per l'organizzazione amministrativa delle province e comuni: nascono quindi tredici province con quella abruzzese definita Tre Abruzzi (con capoluoghi: L'Aquila, Teramo e Chieti) divisa a sua volta in tre distretti con sottoposti circondari. I Colonna escono dalla storia di Luco, ma solo in parte visto che i pescatori sono ancora, per gran parte dell'Ottocento costretti da pagare a loro ed al re di Napoli, la tassa sulla sesta parte del pescato (ACLM, RD, passim.).
  
Sotto il successivo Re delle due Sicilie Giacchino Murat, il 19 dicembre del 1811 a Chieti, ad opera del " Cavaliere Giuseppe De Thomasis Relatore al Consiglio di Stato e Commissario del Re per la Divisione de' Demani " fu redatto l'accordo fra il " Comune di Luco della Provincia dell'Aquila, e il Clero della Madonna delle Grazie dell'istesso Comune " per la cessione di gran parte della proprietà ecclesiastica al Demanio di Stato e quindi all'Amministrazione Comunale in base alle leggi del 2 agosto 1806, del 17 gennaio del 1810 e Reali Istruzioni del 10 marzo dello stesso anno (ASA, Atti dem., 74, Ia serie): " Nel territorio dello suddetto Comune esiste un Demanio Ecclesiastico dell'estensione di circa diecimila tomoli, di quali tomoli duecento venti volgarmente detti Cese, e posseduti da coloni inamovibili, tomoli mille sono frattosi, tomoli quattromila di bosco di alberi di faggio, aceri, carpini, castagne, e guercie, e tomoli quattromila ottocento di terre inculte, lamose, sassose, aride, insuscettibili di coltura, ed addette al solo uso del pascolo estivo: Confina detto Demanio a levante col lago Fucino, con le terre culte dell'istesso Comune di Luco: a ponente colle montagne di Civitella e Civita d'Antino, a mezzogiorno colle montagne del Principe Colonna, e quello di Trasacco, ed a settentrione con i demanij di Avezzano. ". 
  
Dall'accordo avvenuto fra le parti il 20 ottobre dello stesso anno alla presenza dell'incaricato dal De Thomasis, l'agente Giovanni Sabatini, vengono assegnate al Comune tre, delle quattro parti del demanio della chiesa di Luco, mentre la quarta parte rimane alla Chiesa: " dalla parte che attacca al tenimento di Trasacco e continuamente termina al Vallone di S. Vincenzo, sito in cui principia l'altra quarta parte, che rimane in libera proprietà della Chiesa, e viene circoscritta dal detto vallone a mezzogiorno, dal tenimento di Avezzano a levante, e settentrione, e da quello di Capistrello a ponente.". Nello stesso documento si fa riferimento alla povertà degli abitanti che " ritraggono esclusivamente la loro sussistenza dalla pesca del lago Fucino, che si effettuisce mediante il legname prodotto dal boscoso dello stesso Demanio "; vi è inoltre un chiaro riferimento ai conflitti confinari con Avezzano che ancora accampava diritti ed usi civici sul territorio dell'ex Penna, ma il de Thomasis viste le prove presentate dei rappresentanti di Luco, dalla donazione del conte Berardo del 1074 al Regio Decreto del 1747, chiuse la questione con la dichiarazione che la pretesa avezzanese era sprovvista di prove e che " non esistono gli usi dedotti dal Comune di Avezzano ". Firmarono l'accordo: per la Chiesa, i Canonici don Giacinto Ercole (Procuratore della Chiesa Collegiale), don Pasquale Apone (Decano), don Giambattista Rossi, don Francescantonio Calvacchio e don Gennaro Candelori (Abbate Curato); per il Comune, il Sindaco Gianfelice Candelori ed i Decurioni Consiglieri Vincenzo de Angelis e Domenico Ottaviani.
  
Ma delle nuove leggi, dei regolamenti e concessione di terreni fatte dai nuovo regnanti francesi, ne approfitteranno i locali esponenti della borghesia terriera, padrona dei municipi, che sfruttarono i beni dei terreni feudali assegnati ai municipi: per cui " I contadini poveri, e i braccianti senzaterra, si accorsero soltanto di aver cambiato padrone." (IETTI 1978, 47). 
Gli inizi dell'ottocento per Luco sono segnati dalle inondazioni del 1804 e del 1816/17 che distrussero gran parte del territorio coltivatorio comunale e metà dell'abitato, come dalla allarmante decrizione di Angelo Minicucci nel 1804 " Luco ha perduto tutto il suo territorio e la metà del suo fabricato ", avvenimento ricordato anche nel successivo Registro delle Deliberazioni Decurionali di Luco degli anni compresi dal 1837 al 1852 (ACLM, RD, ff. 51-53, 46-48). Dagli inizi dell'800 fino al 1832 il paese di Trasacco fu aggregato a quello di Luco, data la scarsa presenza di abitanti (ACLM, RD, ff. 80-81). Nel nuovo Parlamento Nazionale, voluto dal Murat, fu eletto il possidente luchese Nicodemo Placidi.
Nonostante le nuove disposizioni, le ingiustizie e le forti tassazioni del nuovo regno francese e del successivo ritorno del regno borbonico nel 1815 con il Congresso di Vienna, favorirono l'incremento del brigantaggio politico e sociale che per tutto l'ottocento fu un fenomeno costante in ambiente marsicano, vista la posizione di confine sul Regno di Napoli è l'estremo stato di povertà dei ceti più bassi già descritto. Fra gli episodi di brigantaggio pre-unitario che interessarono direttamente Luco ricordiamo: la distruzione nel 1825 della banda di Antonio Gasbaroni che aveva infestato le montagne luchesi ed aveva sequestrato il mercante di Luco Gianlorenzo Celente, tradito da un pastore, che poté riacquistare la libertà con l'esborso di ben 5000 scudi d'oro (IETTI 1978, 79).
  
Dai documenti sopra descritti è da notare la presenza nel paese anche di un " ceto de' Signori " formato da facoltosi proprietari terrieri e professionisti che dominano la scena luchese soprattutto entro la prima metà dell'ottocento, periodo in cui il paese è animato da fermenti rivoluzionari che porteranno ai gravi disordini nel 1802 e divideranno la locale nobiltà in rivoluzionari e conservatori: infatti dopo i moti di Napoli del 1820-1821 vengono create in Luco due vendite carbonare: la prima vendita "Li forti Fulgenzij redivivi, una clava " retta da Gio: Battista Ercole con 70 aderenti; la seconda vendita " Gli Angizij redivivi, una fascio di legna " retta da Giacinto Ercole con 36 aderenti; in totale 106 carbonari per una popolazione di 1677 abitanti (IETTI 1978, 61). Il 29 gennaio del 1848 Ferdinando II di Borbone firmava la costituzione dietro la spinta dei gruppi carbonari, ma la cosa non piaceva al popolo minuto, visto che non aveva propri rappresentanti nel nuovo parlamento occupato da ricchi proprietari terrieri, che nelle campagne cantava l'inno sanfedista, rivolto agli amanti della Costituzione " Col tamburo e con la grancassa, Viva il re e la gente bassa ": interessante appare, a questo proposito, la supplica comunale del 17 dicembre del 1849, rivolta al re di Napoli Ferdinando II per l'abolizione della Costituzione del 29 gennaio del 1848, perché non amata dal popolo luchese, causa di inquietudine e per la " pace e tranquillità che godevasi sotto il regime Monarchico assoluto ", firmano la supplica il sindaco Francesco Cherubini, il segretario Antonio Placidi ed i decurioni, Giovanni Proia, Francesco Antonio Cherubini, Giuseppe Alfidi, Berardo Venditti, Francesco Calvacchi, Vincenzo Candelori e Giannicola Costa (ACLM, RD, f. 176). Il ritorno alla monarchia assoluta, portò nuovamente ai soliti arresti e persecuzioni che si rivolsero soprattutto ai pochi che si erano esposti come Giovanni Palma, Antonio Ottaviani, il medico Fortunato Petrongari e Dario de Angelis di Luco (IETTI 1978, 102).
A partire dagli anni '30 dell'Ottocento, ma già nel secolo precedente con l'inglese Sir Henry Colt O'Hare, il paese viene visitato dai viaggiatori inglesi Richard Keppel Craven (1835) e Edward Lear (28 luglio del 1843). Il primo così descrive il paese dalla barca, proveniente dalla Petogna: " … costeggiando la riva del lago, circa due miglia più avanti, sullo stesso lato, è il paese di Luco, che conta intorno a millecinquecento abitanti, dediti per lo più alla pesca. 
  
La sua posizione su una riva inclinata, alta sul livello dell'acqua e con una cortina di alture frastagliate alle spalle, è pittoresca e ridente insieme." (CRAVEN 1837, 96). Il secondo, famoso artista che ci ha lasciato uno dei più bei disegni delle mura di Anxa-Angitia con la chiesa di S. Maria, proveniente a cavallo da Avezzano, dopo aver visitato la chiesa di S. Maria, dice: "…. L'odierno paese di Luco conta circa milleseicento abitanti; quasi tutti vivono di pesca nel lago, i cui frutti portano da Capistrello e Canistro a Subiaco, e persino a Roma. Le tinche e i barbi del Fucino sono considerati buoni, ma vi sono anche scardafe, lasche, strani granchi, piccoli e brutti, gamberi e rane; nel complesso, secondo me, una collezione davvero disgustosa, essendo l'argentina l'unico pesce che io abbia potuto mangiare senza paura di soffocare. 
Siamo passati attraverso Luco, un paesino pieno di vita, ma senza caratteristiche degne di nota. […] Constatavamo, ad ogni passo, la cortesia e la immediata cordialità dei contadini; quasi tutti ci salutavano mentre attraversavamo il paese; ci salutavano anche dalle vigne che costeggiano la strada, quando più tardi riprendemmo la via maestra. " (LEAR 1846, 25).
  
Dallo studio del Registro delle Deliberazioni Decurionali del 1837-1852 (ACLM, RD) si può analizzare uno spaccato completo della vita paesana di quegli anni che precedettero la nascita del nuovo Regno d'Italia; i vari sindaci che vi compaiono ed i decurioni (consiglieri comunali) descrivono minutamente i bisogni e le attese delle genti luchesi.
Nel 1837 viene chiesto al sovrano di istituire il nuovo Circondario (Luco, Trasacco, Collelongo e Villavallelonga) con a capo Luco e non Trasacco, visto che era difficile raggiungere Avezzano per i comuni più lontani " considerando come le grandi nevi che nella stagione invernale cadono ne monti che circondano i Com:i di Villavallelonga e Collelongo da quello di Gioia, ed il continuo pericolo d'imbattersi coi malviventi nella stagione estiva " (f.2). Vi sono numerose richieste, non accolte, dei " pescatori Caporali " di Luco di non pagare le tasse sulla 18a parte del pescato al Comune, ma solo la 15a (ff.12-13) e le continue escrescenze del lago del 1837-1838 che rendono più povera la pesca ed occupano completamente le terre comunali (ff. 4, 12); le richieste, accolte, degli abitanti di poter tagliare le fronde degli alberi del bosco compreso fra " Iapelaro fino a Longagna " per il mantenimento invernale degli " animali minuti pagliaroli " (ff. 3, 13); sul pascolo della montagna di Luco, dove non si potevano introdurre più di 300 capre e 200 pecore, mentre la durata dell'affitto del pascolo doveva essere dal 1 giugno al 15 agosto dalla località Poliza fino al Vallone di Longagna (f.180); le nomine dei medici condotti (medicina generale e chirurgica), come Domenico Cardarelli, Fortunato Petroncato, medici che dovettero combattere le epidemie del "Colera asiatico" del 1837 e la "malatia contagiosa chiamata putrida reumatica " del 1839 causata dal ristagno delle acque del lago e dalla relativa forte umidità durante i periodi di secca (ff. 1, 4, 34); la costante ripulitura delle due cisterne di Colle delle Macchie, spesso " ripiene di immondezze " (f.69); i continui conflitti per i confini con il comune di Avezzano che costringono continuamente i sindaci e decurioni a richiamare continuamente i numerosi documenti medievali e moderni a favore del possesso delle terre di Penna da parte del Comune di Luco (ff. 14-20).
  
Interessanti sono inoltre, nello stesso Registro Decurionale: la proibizione di ostruire con barche, fascine e macerazione della Canapa l'imbocco dell'inghiottitoio della Petogna, pena la multa di 30 carlini " essendo quigli l'unico emissario visibile, e naturale che abbi il Lago Fucino " (f. 49); le descrizioni del " Cimitero Tumulatorio ", nella chiesa di S. Maria che alcune volte era impraticabile " per il puzzo dei cadaveri ", e quello " Aperto ", posto a settentrione della chiesa, dove sono sepolti i neonati non battezzati, i non degni de sepoltura ecclesiastica e credenti di altra religione (f. 67); della pesca nel lago Fucino con la descrizione dei proprietari, Casa Colonna e la Real Cappella Palatina della Cappellania Maggiore di Napoli (a cui fu aggregato nell''800 lo jus piscandi della Reale Badia di Scurcola) con le sue due barche caporali, delle 20 auditrici ed i 130 pescatori dipendenti dal suo agente luchese Nicodemo Placidi (f. 75); le numerose leggi sul pescato, richiamate dai decurioni, che prevedevano agli ex feudatari del lago la sesta parte del pescato, ed i conflitti con il comune di Trasacco per il dazio sulla pesca e il taglio degli alberi da utilizzare per la pesca (ff. 80-81); le lodi al maestro Berardino Gatti ed alle Maestre trinitarie (Suor Maria Teresa di S. Giuseppe e Suor Maria Giacinta di S. Luigi) per l'istruzione dei fanciulli (il primo) e delle fanciulle (le seconde) (ff. 96, 104-106, 111, 201); le continue riparazioni ed il miglioramento della strada che dalla Porta di S. Maria portava ad Avezzano, continuamente disfatta sul Corno della Penna (ff. 9-10, 98-99, 101 passim.); la creazione della " pubblica fontana in contrada S. Leonardo " nel 1838 con la messa in posa di 150 tubi di creta, in parte distrutti (? rubati) dall'incaricato Don Angelo Floridi (f. 39); la costruzione nel 1845 (su progetto di Belisario De Angelis), di due nuovi pozzi in Via Piedimura, in sostituzione dei vecchi di Colle delle Macchie che, per essere troppo legati al Fucino ed insieme all'uso dei Luchesi di bere le acque del Lago, provocano malattie fastidiose dette "putride dominanti che verminose " (f. 121); gli introiti comunali " 1°. Furno a cuocere; 2°. Furno a vendere; 3. Pizzicaria; 4. Diciotessimo sulle grandi pesche del Fucino; 5. Sui posti di Piazza; 6. Sul posto dell'Ostaria; Sul posto del Macello " (f. 5).
Accorate sono le descrizioni, nello stesso Registro Decurionale, dell'abitato disfatto dalle precedenti escrescenze del lago del 1816/17 ed ancora in attesa di essere riparato " l'abitato di Luco si stende lungo la ripa del Lago, ed oltremodo si è esteso in lunghezza a causa dell'ultima escrescenza del lago stesso il quale a demolito le case che aveva inondate ", mentre non è possibile montare la nuova grande campana, visto che il vecchio campanile è stato lesionato alla base dalle escrescenze lacustri citate (ff. 46-48, 51-53). Si parla degli eletti nel 1851: al Consiglio Provinciale, Don Filippo e Don Antonio Placidi e Don Angelo Floridi; al Consiglio Distrettuale, Don Antonio Ottaviano, Don Belisario De Angelis e Don Paolo Pozzi (f.196). 
 
 
 
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